Qua la zampa, uomo!

La Lega Molisana per la difesa del cane non si arrende e propaga la sua denuncia, drammatica, in difesa di chi non può difendersi. Incolpevoli, l'anima candida, perchè un'anima ce l'hanno eccome, condannati a scontare un inferno perenne, angosciante.
I cani, i migliori amici del loro peggiore nemico, sono un affare: un randagio vale una cifra forfettaria che moltiplicata per cento, mille, diventa un buon investimento.
Una cifra corrisposta dalle amministrazioni pubbliche per il cibo l'acqua, le strutture, il personale ma che qualche volta viene intascata saltando un passaggio fondamentale: i cani. I privati non onorano la convenzione e prendono i soldi abbandonando i cani. Nessuno controlla e i cani non parlano.
Altre volte sono le amministrazioni a non rispettare gli impegni e i soldi tardano ad arrivare, mentre i cani continuano ad aver bisogno di cibo, cure, presenza quotidiana.
Gli esseri umani sono una specie strana, l'unica capace di essere cattiva per il gusto di esserlo. Se poi si tratta di umani intelligenti, civilizzati e politicizzati amano spasmodicamente un giochino irrazionale: il business. Giocano a fare soldi in ogni momento, su ogni cosa, a spese di chiunque.
Il business può essere un formidabile strumento di benessere collettivo. Ma bisogna conoscere le regole, ferree, altrimenti si rischia di sperperare grandi quantità di denaro senza ottenere alcun vantaggio. Il gioco del business piace molto di più quando il denaro è pubblico e la responsabilità dell'errore è pressochè nulla. Un canile costa quasi due miliardi di lire e non ci si preoccupa di capire se funziona, come funziona, chi deve farlo funzionare? Non è un problema di cani, ma di uomini.
Se ad una spesa non corrisponde un risultato è un fallimento. Se la spesa è pubblica il fallimento è maggiore, perchè riguarda l'affidabilità amministrativa e politica. Questa volta Francesca Martini, Sottosegretario alla Salute con delega alla Veterinaria ha chiesto formalmente di vederci chiaro su un circuito infernale chiamato "canile". Sono ovunque in Italia i luoghi di tortura ma costano come cliniche di lusso. In un caso o nell'altro, c'è il sospetto di truffa di mezzo, di inadempienza: se i soldi ci sono e non vengono usati per i cani, è un crimine.
Ma anche se i canili sono concepiti dalle amministrazioni come un problema fantasma, da rimuovere, da rimandare, avendo a che fare con esseri viventi, una mano sulla coscienza ce la dovremmo passare tutti, magari battendo forte.
Cento, cinquecento cani da far mangiare, da pulire, a cui garantire un tetto, se i soldi non arrivano diventano un tragedia. Un dramma "umano" perchè coinvolge anche persone per bene, frustrate, stanche di non farcela e con la responsabilità di questi esseri indifesi a cui è toccato di nascere per strada o, peggio, di essere lasciati per strada da un imbecille che li abbandona come immondizia.
Campobasso è finita nella cronaca nazionale con una inchiesta de La Padania: il canile Santo Stefano viene raccontato dalla dottoressa Anna Mazziotti, medico e volontaria che ricostruisce la strana storia italiana di un canile da rifare.
La sua custodia era stata affidata alla Lega per la difesa del Cane, nel 2003, l'anno in cui è stato aperto. Un canile nuovo, costato la modica cifra di 1 miliardo e seicento milioni di lire. (Tenete a mente la cifra!) Nel 2007 era già oggetto di indagine del Nucleo investigativo del Ministero per le Politiche agricole, il NIRDA. Il giudizio ministeriale è categorico: in quel canile gli animali sono maltrattati.
La Lega per la difesa del cane descrive quel luogo come un girone infernale. I volontari, a detta della dottoressa Mazziotti, se ne occupano gratuitamente, con un mare di buona volontà e qualche goccia di risorse proprie con cui provano da anni a risparmiare i cani dalla morte lenta. Ufficialmente, sono tre gli operai, dipendenti di una ditta di Napoli, che si occupano del canile. I volontari della Lega fanno tutto il possibile, ma non basta. A supporto di questa battaglia di civiltà arriva "CHILIAMALISEGUA" che ha costituito un comitato di petizione per il canile Santo Stefano: "Abbiamo richiesto ai Sindaci l'applicazione della Legge 281 del 1991 per la tutela e il benessere animale,contenuta nella L.R. 16/2006 e nel successivo Regolamento di attuazione, sottolineando che è proprio il Sindaco che in base alla Legge, è il proprietario del cane accalappiato sul suo territorio ed è tenuto a garantirne il benessere anche qualora lo affidi ad un canile convenzionato, pena, in caso contrario, la possibilità di ravvisare il reato di omissione di atti d'ufficio e l'imputabilità penale. Nessuna risposta, spallucce e tutto come sempre.....Il Sottosegretario di Stato al Lavoro, alla Salute e alle Politiche Sociali , on. Francesca Martini e la giornalista Stefania Piazzo de La Padania, hanno fatto proprie l'urgenza di rimettere le cose a posto..."
In tutto il Molise ci sono aree di campagna magnifiche, agriturismi, zone isolate ma in cui la natura è ancora primordiale. Perchè non immaginare "comunità canili", con pochi animali e tenuti in condizioni di semi libertà? Un'idea, magari non facile da realizzare. Certo, un cagnolino con le gambe spezzate, straziato dalla disperazione di non poter scappare é un indizio di stupidità, non di cattiveria. La cattiveria, spesso, è meno spietata.
"Una volta un mio amico portò un cane lontanissimo da casa e arrivato in un posto isolato lo picchiò selvaggiamente per costringerlo ad andare via. Il cane rimase terrorizzato, immobile e guardava il suo padrone allontanarsi. Ma sopraggiunse un'auto che travolse l'uomo. Sanguinante, scivolò nell'erba alta, invisibile a chiunque passasse. Il cane si avvicinò, lo leccò e rimase vicino. Finchè sentì delle voci; cominciò ad abbaiare forte, attraendo l'attenzione e lo salvò".
Questa storiella stappalacrime è vera, raccontata da un uomo di 86 anni a cui abbiamo voluto raccontare la vicenda del canile Santo Stefano. Il commento, alla fine della sua parabola è stato: "Morivamo di fame; mio padre non aveva neppure i lacci delle scarpe ma non si addormentava mai senza averci accarezzato. E l'ultima carezza era per il cane, che faceva parte della famiglia. Ora avete tutto, ma non sentite dolore. Siete una generazione sfortunata perchè non sentite più il dolore"
caterina sottile
catersottile@gmail.com
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