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08-08-2008, 16:59 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Il giudizio universale: Annamaria, dimettiti!

Raffele Bucci, Nicola Di Anna D'anchise, Pasquale Colarusso, Pietro Gabrieli, Maurizio Tiberio, Franco Battista, Aldo Giglio, Antonio Fratipietro, Michele De Santis, amministratori comunali di Campobasso del Partito Democratico, confermano la loro autosospensione dal direttivo del partito. La sconfitta all'ultimo voto utile per la mozione di sfiducia al presidente D'Ascanio, capitanata da Annamaria Macchiarola, a loro dire è una ulteriore e grave prova della sua incompatibilità con la maggioranza reale del PD.
 
Definiscono "arbitraria" la linea politica seguita dalla Macchiarola che quindi, non rappresenta il PD e non ne è espressione naturale. Una delegittimazione bella e pronta, con tanto di sigillo e di ceralacca: "linea politica arbitraria". Non ci sarebbe altro da aggiungere. In effetti, l'attacco a D'Ascanio da parte del suo stesso segretario è stato un atto gravissimo. 

Annamaria Macchiarola, più volte ha cercato di spiegare che, proprio per il suo ruolo di segretario super partes ha dovuto proteggere la rispettabilità di Francesco Di Falco, estromesso dalla Giunta provinciale per pura foga accentratrice. Appare improbabile, in verità, che il Presidente di una istituzione assuma decisioni così sciagurate, senza ragione alcuna. Oltretutto, tutta la faccenda è alquanto surreale. D'Ascanio ha revocato l'incarico a Di Falco perchè lo ha ritenuto eccessivamente autonomo, incompatibile, almeno ufficialmente, con la linea politica della maggioranza da lui presieduta. In qualità di capo della maggioranza ha facoltà di sindacare sui propri assessori. 

Il segretario, da parte sua, ha lasciato supporre una sorta di "malafede preconcetta" nei confronti di Di Falco ed è intervenuta per preservarne la rispettabilità politica e persino personale. Uno scontro durato 43 giorni. aperto con la sfiducia firmata da lei stessa, da Manes Gravina e da Neri che, di comunicato in comunicato, di trattativa in trattativa con i vertici romani, è esploso con le dimissioni di Nicola D'Ascanio. Il Presidente ha  rimesso al giudizio del Consiglio la propria persona e il proprio ruolo istituzionale. Un gesto forte ma che gli ha permesso di placare gli animi e di ribadire la direzione politica della propria Giunta. Di Falco, assessore esterno perchè non eletto  ma ala destra del PD, era stato ritenuto incoerente con il suo progetto politico e programmatico. Sfiduciato dal segretario e dagli altri due consiglieri, solidali con Francesco Di Falco, ha avuto bisogno di Remo Grande, ex UDC, per avere la maggioranza in Consiglio ed evitare che si votasse la mozione di sfiducia. 

Certo, la mediazione con un consigliere di minoranza suona come una battaglia persa che però ha fatto vincere la guerra. Ma rimane la perplessità di un quadro politico frammentato, in cui bisogna sempre lavorare per la sopravvivenza a breve termine. In generale, non solo in Provincia, la lungimiranza, la pianificazione illuminata e davvero incisiva sulle lunghe distanze è patrimonio completamente perso. Ci si trascina senza troppe ambizioni, tra sgambetti e giravolte. Nulla che assomigli davvero alla autorevolezza politica. Ma se il fine ultimo è più nobile dei mezzi per perseguirlo, può essere un bene anche osare ogni possibile percorso. 

Il segretario di un partito storicamente abituato agli scontri e alle differenze si è lanciato in uno scontro diretto e nell'ambito di un confronto istituzionale ed ha perso. Se non ritiene di doversi dimettere legittima, proprio per questo, la scelta di D'Ascanio. Era ancora più difficile per il Presidente della provincia, peraltro unica istituzione rimasta nel Molise al centro sinistra, preservare il lavoro svolto fino ad oggi e la visibilità di un elettorato davvero allo sbando. 

Se invece la Macchiarola, come ha fatto D'Ascanio prima del voto per la sfiducia, si dimettesse, potrebbe aprire davvero un dibattito profondo, inconfutabile e autorevole. Ma questi sono tempi frivoli e chi c'è c'è, chi non c'è non c'è. Più di tutti, lo ha capito Remo Grande. 
                                                                               caterina sottile

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