La buona fede dell'eletto deve essere verificata dall'elettore, non dal giudice
Ciò che conta è la lealtà. E' solo questo il sentimento che deve permettere di verificare se le decisioni assunte da chi abbia cambiato casacca politica siano state meditate oppure perseguite per convenienza personale. Se il discrimine è questo, c'è un'unica maniera per l'elettore di comportarsi contro chi abbia voltato gabbana in mala fede: escludere questi personaggi dal numero di chi sia degno di essere votato. Per il resto, il Magistrato c'entra come il cavolo a merenda perché l'eletto non ha vincoli di mandato ai sensi della Carta costituzionale.
Dire a qualcuno "traditore!", magari solo perché abbia orientato diversamente le proprie idee, o abbia voluto rettificarle o rinnovarle, ci pare un tantino azzardato. Ed allora perché mai ad un osservatore (potremmo parlare di Luca Garofalo, ma non solo) che stia dimostrando di non volere essere cieco, dovrebbero somministrarsi censure moraleggianti ove si fosse permesso di esternare tangibilmente che la situazione odierna del suo partito sia non proprio identica a quella dell'altro giorno?
La voce del popolo dice: ciò che conta è la lealtà. Ed allora, se l'assunto è vero, è proprio su di questo sentimento che occorrerebbe soffermarsi per rilevare quanto le decisioni assunte da chi, prima ghibellino e poi guelfo, siano state sinceramente meditate, oppure sappiano di convenienza personale e di fame di poltrone (da quelle del sottobosco in su). Questo deve essere il discrimine.
In sostanza, si potrebbe anche avere detto (e scritto) che, con riferimento ad un certo leader, non si scorgano alternative credibili; ma perché, di poi, non dovrebbe essere lecito rendersi conto, con tutta lucidità, che certe riforme promesse siano rimaste di carta? Perciò, parliamoci chiaro: se uno - per anni - se ne sia stato a danzare sullo stesso mattone, al massimo avrà dimostrato che sa ballare cheek to cheek, ma si atteggerebbe pure ad autentico babbeo, visto che non ha mai cominciato manco a pomiciare con la sua compagna.
Se così non fosse, avrebbero"tradito": 1) Mussolini quando, nel 1914, da socialista, nuotò verso ben altra sponda; 2) Pietro Nenni, che dopo di avere vinto un "Premio Stalin", intraprese quel cammino che portò i socialisti ad allearsi con i democristiani; 3) François Mitterrand che, da destra, finì col presentarsi al fianco dei Comunisti; 4) i tanti "sessantottini" che oggi la pensano diversamente, da Brandirali a Ferrara, da Mughini a Capanna.
Ognuno di loro non ha cambiato bandiera; forse è solo cresciuto dopo di avere affrontato nuove realtà, avere letto libri e patito esperienze di vita e di dolore di nuovo conio. Tutto qui. Perciò, di chi non fosse stato un "traditore", di chi non avesse maturato un modo diverso di pensare, adesso si potrebbe anche dire che è solo uno di quei nostalgici - coi capelli bianchi - che, guardandosi allo specchio, rimpiange quanto fossero stati "meravigliosi" quegli anni. Il fatto è che essi apparirebbero tali solo perché, come diceva il vecchio analfabeta ne "La via del ritorno" di Guido Gozzano:"O figliolo, il meglio d'altri tempi non era che la nostra giovinezza".
Diverso è il caso di quanti abbiano cambiato bandiera da un giorno all'altro per motivazioni sicuramente meno nobili; e non sono pochi. Solitamente, si tratta di autentici accattoni della politica, presenti in Molise come altrove, ed attenti solo al proprio "particulare". Gente che si diverte a svolazzare, come i lepidotteri, da uno schieramento all'altro soprattutto per far lievitare il proprio potere contrattuale per potere accampare pretese spartitorie. Perciò evitando di fare nomi del firmamento politico (sin troppo noti per essere ripetuti pure in questa sede), ci limiteremmo a trattare l'argomento mettendo a fuoco comportamenti di personaggi più illustri, soprattutto per spiegare che - contro certa gente - per l'elettore c'è un'unica maniera di muoversi: una volta valutatane la mala fede, bisogna escluderli dal novero dei soggetti degni di essere votati. Non sarebbe possibile invocare un intervento giudiziario perché la Carta costituzionale dice che si viene eletti senza vincolo di mandato.
A tale proposito, che sia stato Antonio Di Pietro a fare la spola tra Montecitorio e piazzale Clodio non può sorprendere. Non a caso l'Italia dei valori è un partito la cui leadership viene contesa da due ex-Pubblici ministeri, l'uno più manettaro dell'altro. Che sia stato un altro magistrato, lo scrittore Gianfranco Carofiglio, a reclamare l'intervento della Procura di Roma, per fare luce su un'eventuale corruzione di parlamentari, neanche deve stupire. Dovrebbe, invece, destare meraviglia che sia stato lo stesso Presidente della Camera a reclamare un simile intervento perché chi siede sullo scranno più alto del secondo ramo del Parlamento dovrebbe conoscere l'art. 67 della Charta ed il successivo 68, secondo cui gli eletti"non possono essere chiamati a rispondere", per i "voti dati nell'esercizio delle loro funzioni". Insomma, la decisione di concedere (o di negare) la fiducia al Governo non poneva un problema di mercimonio di pubbliche funzioni quanto piuttosto di coerenza. Pertanto, spettava ai cittadini-elettori giudicare certi comportamenti e non certo ai magistrati.
I precedenti dicono che, nell'aprile del 2009, venne disposta - da parte del Gip del Tribunale di Roma - l'archiviazione dell'accusa di istigazione alla corruzione rivolta al Presidente del Consiglio dei Ministri con riferimento al tentativo di convincere alcuni senatori (eletti nel 2006 nelle fila del Centrosinistra) a negare il proprio voto di fiducia al Governo-Prodi. La Camera dei deputati, proprio nella persona del suo Presidente, ebbe a proporre un conflitto di attribuzione innanzi alla Corte costituzionale; e quest'ultima riconobbe una menomazione delle prerogative costituzionali dell'Assemblea parlamentare da parte del potere giudiziario, confermando che ad "una visione onnipervasiva del diritto penale si oppone il principio della autonomia delle Camere e la correlativa garanzia della non interferenza della giurisdizione nell'attività delle istituzioni rappresentative" (Sentenza n. 379 del 1996).
Dunque, il Presidente Fini, anziché avallare la recente iniziativa dei Magistrati, avrebbe dovuto dolersi dell'intrapresa, rivendicando l'autonomia dell'istituzione. Che ciò non sia avvenuto dimostra, ancora una volta, l'incompatibilità fra il ruolo di arbitro imparziale, connesso alla titolarità della carica che ricopre, e i panni di capopartito, che Fini non intende smettere di vestire.
Claudio de Luca
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Personaggi/4 Di Rocco, di professione Boh!
di nicola dell'omo
Eccolo qua, eccone un altro di personaggio che dimostra quanto poco gliene freghi delle regole.
Antonio Di Rocco, di professione Boh !
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