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24-02-2010, 19:57 • Campobasso • Cronaca

Molise security, Unicredit ammette: è un problema che ci è sfuggito di mano

Roberto Franceschini fino ad agosto del 2009 è stato al vertice della direzione di Banca di Roma, poi Unicredit Banca di Roma, che si occupa di amministrare contabilmente le attività dei caveau dei vari istituti con cui la banca ha rapporti per il trasporto  il deposito dei valori. Conosce le giacenze aggiornate giorno per giorno. Racconta in aula in Tribunale a Campobasso che con Molise Security c'erano stati sempre problemi a far effettuare i depositi dei soldi in Banca d'Italia, c'era bisogno di continue sollecitazioni. 
"Non c'è un massimale di deposito, solo per il trasporto c'è il limite di un milione e mezzo di euro - dice rispondendo alle domande del legale del responsabile civile nel processo a carico di Vincenzo Miele, arrestato per l'ammanco milionario denunciato proprio da Unicredit - però fino ad agosto del 2008 la giacenza è stata mediamente di 2 milioni nel caveau Banca Roma della Molise Security".

Prosegue ricordando che poi per un mese l'istituto di vigilanza di cui Miele era amministratore unico non ha rendicontato nulla. Eppure le guardie giurate prelevavano come di consueto gli incassi del gruppo Conad Adriatico, cliente di Unicredit. La Conad ha chiesto quei soldi alla Unicredit, che però non ne aveva notizia. C'è stato un versamento, contabile, di 3 milioni di euro: il totale degli incassi di quel mese. Poi più nulla da Molise Security. 
La giacenza è schizzata a quei 5 milioni, 428mila e 500 euro che concretizzano il buco di cui è accusato Miele.

A novembre il contratto fra Unicredit e Molise Security è cessato, ma Franceschini si è accorto, a gennaio ufficialmente, che qualcosa non andava. "Ho cercato spesso Miele, parlato con lui, a dire il vero, molto poco", puntualizza. 
Elenca la corrispondenza via fax e mail che andava sempre nella direzione di annunciare che a breve l'istituto di vigilanza avrebbe provveduto allo svuotamento del caveau in Banca d'Italia, ma non avveniva mai.
Il 30 gennaio 2009 Miele indica anche la pezzatura della cifra e di nuovo comunica: domani versiamo in Banca d'Italia. 
Ancora nulla.
A marzo Unicredit manda gli ispettori nella sede di via San Lorenzo, si accorgono che non c'è nulla, i soldi sono spariti e la banca formalizza la querela da cui ha preso i via l'inchiesta giudiziaria.

E' mai possibile che per sei mesi Unicredit non abbia controllato mai davvero cosa era accaduto? La domanda viene dai difensori di Miele, che puntano anche a dimostrare che il loro assistito non dovrebbe rispondere di peculato, bensì di appropriazione indebita in quanto non essendo più guardia giurata ma solo amministratore di un istituto di vigilanza non avrebbe la qualifica di pubblico ufficiale a cui sono affidati beni di altri.

"Effettivamente questo è un problema che ci è sfuggito di mano", ammette Franceschini.

Ma davvero è stato Vincenzo Miele, da solo, a far sparire oltre 5 milioni di euro? Che fine hanno fatto i soldi? Sono interrogativi che il processo dovrà sciogliere.
Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Nicola D'Angelo, supportata anche dalla ammissioni che Miele fece in sede di interrogatorio, avrebbe distratto quei soldi per pagare i debiti e gli investimenti effettuati dalla Molise Security.

Arrestato a metà maggio del 2009, Vincenzo Miele è uscito dal carcere di via Cavour solo qualche settimana fa. La sua custodia cautelare preventiva è durata nove mesi.
Adesso è ai domiciliari, in Tribunale nei giorni delle udienze arriva su un'auto della polizia penitenziaria e fisicamente libero: non più nel cellulare e con le manette ai polsi.



Uno dei primi testimoni ad essere sentito è stato Giuseppe Marinelli, guardia particolare giurata, addetto all'epoca dei fatti alla sala conta di Molise Security.
Racconta di aver visto più volte Miele uscire con dei soldi in mano dal caveau Banca Roma e di avergli chiesto spiegazioni. "Rispondeva che servivano per pagare gli stipendi e che era d'accordo con quel cliente per posticipare il deposito delle somme in Banca d'Italia", spiega.

Aveva il codice segreto per entrare nel caveau, continua Marinelli, Miele era l'amministratore unico. Però , specifica rispondendo ad una domanda del difensore dell'imputato Carmine Verde, per arrivare a digitarlo e aprirne le porte, doveva accedere alla stanza antistante, che veniva aperta dalle chiavi in dotazione alle guardie giurate.

rita iacobucci

(ritaiacobucci@gmail.com)

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