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18-02-2010, 6:40 • Termoli • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

TERMOLI 2010/ Romolo e Remo

E' intervenuto, quasi sottovoce, l'assessore alla programmazione. Non ha resistito alla tentazione di commentare. La sua generazione è abituata, ed è una buona abitudine, alla dialettica pubblica, per dire o non dire. I democristiani, in particolare, erano educati fin da piccoli a quella ‘dotta, omertosa eloquenza' con cui rendevano bella e possibile ogni cosa. Ciò che non si poteva fare era "realizzabile in futuro". Se invece bisognava fare qualcosa di antipatico, di impopolare, dicevano che "era una fase transitoria, da cui emergeranno nuove opportunità". In questo caso, però, ‘lo squalo bianco' è davvero riemerso dal mare di Termoli. 

L'analisi di Gianfranco Vitagliano rivela un istinto di preservazione della specie che ci ha procurato un brivido. Blandisce il ‘rischio Filippo Monaco' archiviandolo sullo scaffale della fenomenologia dei girotondi: "Monaco, umiliato da Greco e dal Partito al quale dichiara ancora di appartenere - Partito che non ha mai speso un sussurro in sua difesa e che lo ha, ancora oggi, apertamente e con sufficienza trascurato - si ripresenta con tempismo e con un abile operazione " di base", apprestandosi alla riedizione del modello Greco: tutti dentro per vincere, indipendentemente dalla "maglia" e nonostante un enorme divario nelle provenienze e nella aspettative. Poi, si vedrà! Il bagaglio verbale, con gli stessi testimoni, è lo stesso del suo carnefice: luoghi comuni; richiamo alle regole (non si sa quali ma va di moda!); un immorale moralismo; lo spettro del passato e poi, tanto non guasta, i soliti: nepotismo, clientelismo, gli interessi, i padrini". In pratica, sottolineando le divisioni interne, le ambiguità, mostra il lato b dell'era aurea di Vincenzo Greco e la liquida con un: "Ma non era come sembrava"

Su Remo Di Giandomenico è più cauto ma dolorosamente gentile. Di una gentilezza che inquieta: "Di Giandomenico ormai non sorprende più.  Avrebbe trovato comunque il motivo per uscirsene. Lui è l'uomo della diaspora, delle rotture, del "rompi intanto e poi vediamo che c'esce... Lui "domestico" che nel maggio 2002 venne imposto a Termoli da un tavolo romano dove non mi pare sedessero termolesi".  La memoria dei fatti, inevitabilmente comune, assume la levità letteraria di un 'epitaffio': "Remo ha avuto sempre una concezione egocentrica e contingente della politica, all'interno della quale la condivisione e la composizione hanno sempre richiesto agli altri lo sforzo, la rinuncia maggiore. ..La sua non è stata mai leadership persuasiva e conciliante...Di Giandomenico non si propone, s'impone come ha sempre fatto. E con questa indole ci si è scontrati quando, democraticamente e in tanti, abbiamo scelto una linea e un candidato che non coincideva con le sue intenzioni..." Fin qui, Vitagliano ha preso la mira. Per una strana associazione di idee, viene in mente l'epitaffio sulla tomba di Robespierre: "Passante, non piangere la mia morte. Se io fossi vivo, tu saresti morto".

Il sasso, però, lo ha lanciato preservando la ‘specie', la ‘termolese razza padrona': "Detto questo comprendo la voglia - quasi il diritto - di riprendersi quello che democraticamente gli è stato dato e che non democraticamente gli è stato tolto". Silvio Berlusconi, al confronto, è solo un giovanotto molto intemperante. Ciò che il Premier dice senza troppa cura per la forma, Gianfranco Vitagliano lo esprime con l'insinuante discrezione di un bisturi. 

Di Giandomenico, ne deduciamo, avrebbe il solo diritto di riscattare se stesso (perseguitato da quelle toghe rosse e da quell'immorale moralismo da cui si è generata la politica società-civilista di Greco?) Ed infatti, Vitagliano associa Monaco e Di Giandomenico come espressioni speculari della stessa ‘apolitica'. Sa che gli iscritti del PD, e anche dell'IdV, non la pensano così; ancora più difficile è penetrare nelle certezze degli amici di Di Giandomenico. Ma ha trovato un modo astuto per dire che entrambi sono mossi da un bisogno di rivalsa personale e non hanno sostanza politica, condivisibile, con cui poter rappresentare Termoli, anche se ostentano un ‘orgoglio termolese' che non riconoscono a Di Brino. 

Eppure, se alle parole dessimo il peso che hanno, le sue dovremmo tenerle a mente. Perché non dice di aver ragione; dice di ‘voler dare ragione' alla Politica e di voler chiedere ai termolesi di scegliere obiettivi e squadre. Un voto razionale, non affettivo, non fideistico. "La Stato sono io! Ma ve lo dico con democratica cortesia e in nome del bene comune".

caterina sottile
http://www.tintarelladiluna.info/

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