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08-02-2010, 22:04 • Campobasso • Cronaca

La vera storia di Lea: un'anima sospesa tra la mafia e lo Stato

In Calabria c'è un paese senza giovani. Scomparsi nel nulla. Di loro non si hanno più notizie, inghiottiti da una voragine che si chiama ‘Ndrangheta. Lea Garofalo potrebbe essere una di loro, desaparecida come nell'America del Sud. Chi ne scrive con l'ingenuità e l'inesperienza del molisano si sente finalmente cronista. Basta uno scambio di idee, opinioni e fatti con i colleghi calabresi ad aprire gli occhi e a rimettere a posto le cose.
Di fronte alla ‘Ndrangheta si è semplicemente uomini, con la paura che rende inermi. Un secondo dopo entra in gioco la rabbia e la voglia di raccontare. Anche con l'ingenuità e l'inesperienza del molisano.
 
Lea Garofalo ha appena tre anni quando suo padre, capo della ‘ndrina di Petilia Policastro, viene assassinato in un agguato.  È il 1977, lei vive con la famiglia a Pagliarelle, una frazione del paese in provincia, ora, di Crotone. Ha diciassette anni invece quando decide per la classica "fujitina" con il suo amore, Carlo Cosco. Con lui si trasferisce a Quarto Oggiaro, il regno milanese delle cosche calabresi, hanno una bambina, Denise, che adesso ha anche lei 17 anni. Dieci anni fa qualcosa cambia nell'anima di Lea. La faida che sta decimando i suoi familiari, che si scontrano a Petilia e a Milano con il clan dei Mirabelli, le fa maturare una nuova coscienza del mondo in cui è nata. Una guerra che dura decenni, le faide finiscono quando l'ultimo degli avversari cade. Nel 2002 si avvicina ai magistrati di Catanzato. Dice di voler evitare al fratello Floriano, diventato capo cosca, la fine del padre. Comincia a parlare: del traffico di droga, degli affari sporchi della mafia. Il giudice Sandro Dolce la fa inserire nel programma di protezione. Parla della faida, Lea. Che intanto inesorabile cammina veloce e spietata. Tre componenti della sua famiglia trucidati fra il 2002 e il 2003. L'8 giugno del 2005 suo fratello, Floriano, il capo cosca viene ucciso con tre colpi di fucile al volto per renderne il corpo irriconoscibile. Lea è disperata a questo punto, si può immaginare. Accusa anche il suo ex convivente, Carlo Cosco. Lei sa e parla anche con i magistrati di Milano, dove ogni tanto si sposta con la figlia.
Nel 2006 dichiara di voler abbandonare il programma provvisorio di tutela. Lo sconforto o un richiamo più forte della volontà, la sensazione che niente può cambiare, che loro sono più forti.
Lascia il domicilio protetto, la violazione è grave. Lo Stato non può difenderti se scappi e non sa dove sei. Poi Lea ci ripensa, chiede aiuto ad un avvocato, Annalisa Pisano. Insieme studiano il ricorso al Tar del Lazio, lo perdono. Al Consiglio di Stato hanno ragione, invece. Un'altalena continua. Una donna che vuole ricominciare, vuole giustizia, forse anche vendetta. Nel 2008 è ancora una volta fra i collaboratori protetti.
Con Carlo Cosco lontano, Lea sembra farcela. Va avanti, rende dichiarazioni, ricostruisce la faida. Tranne qualche testimonianza in un processo a Firenze, dicono gli inquirenti, quello che lei ha detto non è ancora sfociato in atti che abbiano una rilevanza esterna: ordinanze di arresto, ad esempio. Eppure lei sapeva troppo, anche un piccolo frammento delle cose che serbava nella mente sarebbe stato pericoloso per la ‘ndrina. Carlo Cosco, per questo, non rimane lontano a lungo. La raggiunge a Campobasso agli inizi del 2009, dove lei e Denise sono in domicilio protetto. Litigano spesso e ancora. L'epilogo è ormai noto: lui vuole sapere cosa ha detto ai giudici, lei lo mette alla porta. Viene aggredita da un suo complice, Massimo Sabatino. Sono in carcere adesso. Lui non dirà nulla. 
Lea è sparita nel nulla a Milano, era con Cosco. Denise li ricorda ora allontanarsi insieme, la ragazza andava a casa di parenti. Poi ha aspettato la madre per ripartire e tornare a Petilia. Lea non è arrivata mai.
 
Chissà cosa l'ha spinta verso le braccia dello Stato, chissà perché poi ne è fuggita, provocando diffidenza in quell'apparato che al lato psicologico dei pentiti può dedicare poca attenzione, come al coinvolgimento e alla estrema fragilità di chi scardina la propria vita e la capovolge accusando di delitti atroci l'uomo che ama. Chissà se Lea si è mai fidata davvero dello Stato, della sua protezione. La presenza della mafia in certi luoghi, geografici e dell'anima, oscura le altre. Chissà se davvero Lea ci credeva che c'è qualcuno più forte di quella voragine che chiamiano ‘Ndrangheta.

Rita Iacobucci
ritaiacobucci@gmail.com

Primapaginamolise.com ringrazia Calabriaora.it  per la gentilissima collaborazione. 

In particolare ringrazia Alfredo Sprovieri, giornalista della redazione centrale della testata, recentemente riconosciuta come 'la più minacciata d'Italia'

Siamo grati a questi colleghi perchè fanno Informazione e fanno di questo Paese un Paese libero

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