L'erba del vicino è sempre più golpista: Var pussee la lappa che la zappa

di Caterina Sottile
Qualche anno fa Maurizio Micheli, straordinario attore pugliese, rese famosa una gag in cui dichiarava in barese di essere pazzo per la ‘brunetta dei Ricchi e Poveri'. Si riferiva ad Angela Brambati, voce notissima del gruppo. Le dichiarazioni a raffica del Ministro alla Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, le ultime in una intervista di Antonio Signorini per Il Giornale, ci hanno fatto tornare in mente il tormentone di Micheli: il Brunetta, dei ricchi e dei poveri, sbaraglia la sinistra degli ideologhi ad oltranza della classe operaia che fu.
Eppure, visto da sinistra, dice due cose incontestabili: «Il nostro Paese è da sempre diviso in due. Una parte maggioritaria che è l'Italia dei produttori e del buon capitale. Commercianti, professionisti, lavoratori dipendenti, agricoltori, piccole imprese. Un mondo che produce, non è esente da difetti e da vizi piccoli o grandi, ma è l'Italia del buon lavoro e del buon profitto. Una parte minoritaria invece legata alla cattiva rendita finanziaria, bancaria e burocratica. È espressione dei poteri forti, quelli delle cattive speculazioni. È l'Italia caudataria, al servizio e dipendente dal potere che negli anni della Democrazia cristiana aveva i suoi giornali e una rappresentazione culturale. A quei tempi la sua presenza era mitigata proprio dalla Dc e dalla dottrina sociale della Chiesa».
E non si dica che non li avevamo avvertiti, i marxisti democratici, perennemente impegnati a preparare rinnovamenti e congressi. Avrebbero dovuto accorgersi che in Italia manca l'ossigeno e chi lavora non riesce più a considerare accettabile sostenere i costi e le vessazioni anche per chi non lo fa. Ma non parliamo dei disoccupati poveri. Parliamo dei prestigiatori ricchissimi, che comunque sopravvivono sul consenso più o meno consapevole di chi produce latte, pane, informazione, istruzione, sanità.
La Lega Nord cavalca la tigre di un dissenso confuso, circostanziandolo al criterio semplice della geografia e vende fiducia elettorale tanto al kilo, incartandola con i grotteschi steccati prebellici dei dialetti.
L'economista Renato Brunetta parla in italiano, non in lumbàrd, e risulta comprensibile anche alle persone serie, ai cittadini più istruiti e politicizzati. Dice in italiano tecnico ciò che Berlusconi dice in milanese: la sinistra parla e difende ormai solo se stessa, gli italiani soffrono. Il 'sciùr Ambrogio', sconsolato, direbbe: ' Var pussee la lappa che la zappa' (Vale più la chiacchiera che la zappa)
Analisi capziosa quanto riduttiva, ma non prosaica. Ammettete che vi siete detti: "Ma non avrà un po' ragione?"
Una nota, una piccolo dubbio di cui dovremo discutere con il professor Brunetta. La disputa con il Ministro Sacconi sulla cosiddetta 'rottamazione degli statali' che ha incluso anche i medici con la sola esclusione dei primari è un colpo ulteriore ai poveri ospedali molisani.
La misura in questione, introdotta nel decreto anticrisi, riguarda la possibilità per le pubbliche amministrazione di mandare in pensione i propri dipendenti, con un preavviso di sei mesi, quando hanno accumulato 40 anni di contributi, compresi i figurativi. Sono esclusi da questo intervento i professori universitari, i magistrati e ''i dirigenti medici responsabili di una struttura complessa'', cioè, i primari. Questa formulazione fa quindi rientrare nella 'rottamazione' gli altri medici, comprese figure dirigenziali della sanità che però non sono primari e che subirebbero una disparità di trattamento. Per questo, secondo Sacconi, esisterebbero dubbi di costituzionalità. Ma il Ministro al Welfare, Sacconi, puntava ad escludere in toto i medici perché i medici tra periodo di laurea e di specializzazione, riscattano generalmente un decennio di contributi e accumulano i 40 anni utili in un'età di piena efficienza (generalmente) Sarebbero posti in pensione forzata tra i 59 e i 62 anni, quando sono nel pieno della professionalità e della esperienza scientifica. Alla fine, è stato affidato alla discrezionalità delle amministrazioni sanitarie il verdetto, a seconda delle esigenze particolari delle strutture ospedaliere. Gli ospedali pubblici del Molise, per esempio, in qualche caso si reggono, letteralmente, su molti medici che sono proprio nella condizione di cui sopra e i reparti, senza quelle figure professionali, non avrebbero certo una possibilità indolore e veloce di rimpiazzo. Nel settore sanitario, in pratica, non si attuerebbe un rinnovamento e non si aprirebbe, finalmente, ai giovani. Al contrario, si produrrebbe soltanto, in molti casi, una sorta di desertificazione, di ‘frana' che precluderebbe i servizi fondamentali.
Ma per il resto, l'articolo che segue, pubblicato da Il Giornale, merita assolutamente di essere letto e conservato.
«Il nostro Paese è da sempre diviso in due. Una parte maggioritaria che è l'Italia dei produttori e del buon capitale. Commercianti, professionisti, lavoratori dipendenti, agricoltori, piccole imprese. Un mondo che produce, non è esente da difetti e da vizi piccoli o grandi, ma è l'Italia del buon lavoro e del buon profitto».
«È minoritaria, legata alla cattiva rendita finanziaria, bancaria e burocratica. È espressione dei poteri forti, quelli delle cattive speculazioni. È l'Italia caudataria, al servizio e dipendente dal potere che negli anni della Democrazia cristiana aveva i suoi giornali e una rappresentazione culturale. A quei tempi la sua presenza era mitigata proprio dalla Dc e dalla dottrina sociale della Chiesa».
«Dopo il golpe dell'inizio anni Novanta e dopo l'avvento di Berlusconi e del berlusconismo al potere è andata di fatto la prima Italia, cioè una classe dirigente in nessun modo legata ai salotti buoni o cattivi. Va al potere per la prima volta senza inutili mediazioni e lo fa con programma molto chiaro: distruggere la seconda Italia, quella dei parassiti».
«È il risultato del fatto che la seconda Italia, che non aveva mai voluto entrare in conflitto con il potere in quanto parassitaria, per la prima volta si è sentita veramente in pericolo e ha cercato una sponda. L'ha trovata a sinistra. Nei partiti sconfitti dalla storia dopo il crollo del muro di Berlino».
«Intanto sono soi-disent élite. E poi usano la sinistra come un tassì. Certo, è un taxi scalcagnato, ma le élites della rendita avevano bisogno di un luogo politico, visto che non hanno funzionato i vari club che hanno costituito. E questo luogo non poteva che essere il Pci-Pds-Ds-Pd. Un bell'abbraccio mortale che sta portando a fondo entrambi».
«Ma no. Intanto è un paradosso mondiale che la sinistra si allei con la rendita parassitaria, ma poi questa è una miscela insopportabile e impossibile per tutti. Ma come si fa politica con partiti sfasciati e l'opposizione in mano ai giornali?».
«Io voglio fare un appello alla buona sinistra: liberati dall'abbraccio mortale delle lobby della rendita e della cattiva finanza, non è quello il tuo mondo. Stai dalla parte del popolo. Attacca il governo, criticaci, proponi politiche alternative, ma lascia stare i colpi di Stato. Lo stesso berlusconismo, il gruppo dirigente maggioritario, ha bisogno di un'opposizione politica vera. A sinistra c'è tanta gente per bene che non può sentirsi rappresentata dai padroni del cattivo vapore. Dai soliti noti come i passeggeri del Britannia».
«Non è nemmeno in gioco. Un traduttor dei traduttor d'Omero. Io ho stima di personalità come Chiamparino».
«La campagna antigovernativa non viene dalla sinistra. Sono le finte élites che vogliono tentare il colpaccio».
«Agli Andrea Romano direi di studiare un po' più di economia e di storia recente e meno recente di questo paese. I caratteri costituivi delle élite non sono quelli che pensa lui. Una élite non si autodefinisce, non è tale perché possiede giornali o televisioni, ma perché rappresenta un popolo. Perché è parte del processo di accumulazione».
«Ha scritto bene Nicola Porro sul Giornale; è strano che il quotidiano della Confindustria, dei produttori dia spazio a interpretazioni di questo tipo. Marcegaglia fa parte di una élite vera, di una famiglia che ha rischiato e insieme a lei i tanti imprenditori che hanno costruito il Paese insieme ai loro dipendenti. Queste sono le élites del nostro Paese. Non basta imbarcarsi nel Britannia per sentirsi élite, bisogna avere etica del capitalismo».
«Per nulla. Dico una cosa che forse doveva restare riservata: ho ricevuto da poco una telefonata da Montezemolo e mi ha detto che è d'accordo con me. Mi ha fatto molto piacere perché ho avuto conferma che in Italia il buon capitale c'è. E non deve essere confuso con la cattiva rendita finanziaria, con finte cooperative, pensiamo ai processi di questi giorni».
«No, quella è un'altra partita. Residuale. Non mi sembra un attore, semmai uno che aspetta. Ma uno che aspetta l'evoluzione dello scontro non potrà mai essere protagonista».
«A me il discorso di Fini al congresso fondativo del Pdl piacque moltissimo. E considero il Fini di quel discorso una ricchezza per il partito».
«Non è mai uscito. I suoi dubbi sono una ricchezza per il Pdl. Il Popolo della libertà non può che essere un partito rigoroso, ma accogliente».
«A fare un governo. Lo stanno già progettando, quest'estate ci sono stati incontri e hanno pure stilato le liste dei ministri, il programma di governo».
«Sì, ma ne sorrido. Sono un uomo del popolo e penso che il potere sia nel popolo. Per questo quando vedo questi conati salottieri non mi preoccupo più di tanto».
«Il classico governo tecnico dei sedicenti migliori. Commis, apparati e sepolcri imbiancati. Un governo con un unico programma: la protezione della rendita».
"Le parole farneticanti del ministro Brunetta appartengono a un periodo della vita politica italiana superato e sconfitto. Il suo delirio e il suo fanatismo testimoniano il fallimento di un governo che ha esaurito anche gli annunci propagandistici", è invece il commento laconico del presidente dei deputati del Pd, Antonello Soro.
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