Una parola e . . . le scuse di Gianfranco Vitagliano

Caterina Sottile, pochi giorni fa, con uno scritto acuto, ricco di passione civile, mi addebitava l'uso improvvido, in un mio intervento sulla stampa, del termine 'brigatista' e, dopo qualche riferimento alla storia patria, m'invitava a riconoscere di aver esagerato e, quindi, a chiedere pubblicamente scusa.
Con un po' di ritardo - che comunque ha le sue giustificazioni - voglio rispondere all'invito, spiegando il senso di quella parte del mio intervento - non legato, per carità, alla querelle in atto sulle carte di credito - e, soprattutto, evidenziando l'erronea interpretazione che, a mio giudizio, si è data isolando il termine dal contesto e, conseguentemente, liberando nelle persone sensibili sentimenti ovvii di dolore e di rifiuto per vicende che hanno segnato duramente la vita e la memoria del Paese.
Ci sono stati alcuni, suscettibili, che invece hanno avvertito l'offesa, addirittura alle istituzioni.
Intanto nessuno - tranne chi ha interesse a strumentalizzare - può pensare che avessi intenzione deliberata di offendere la persona o la carica ricoperta.
Io ho la consapevole convinzione di aver usato in modo adeguato, perfino simpatico, parole e concetti in quello scritto.
Mi spiego.
Dal punto di vista storico, ideologico e politico credo sia condivisa l'opinione che la stagione del terrorismo sia definitivamente chiusa e per ragioni soprattutto culturali e sociologiche, prima che politiche.
Ricordo bene che, in quegli anni, la sinistra tradizionale, soprattutto all'inizio, rubricava i "movimenti" come una serie di lotte spontanee che scuotevano la società italiana verso un assetto egualitario, condividendone la matrice marxista-leninista.
E' su questo peccato originale e sull'illusione dell'esistenza di uno spazio rivoluzionario nella base dei partiti di sinistra e nella classe operaia che i "movimenti" hanno fondato strategia ed azione.
Oggi la sinistra almeno con quella parte della propria storia ha fatto i conti.
Lo Stato, d'altronde, ha fatto e bene la sua parte.
Gli insuccessi della strategia, l'affievolirsi della lotta rivoluzionaria nel terzo mondo, la fine del socialismo reale, le trasformazioni industriali che hanno marginalizzato la classe operaia tradizionale hanno fatto il resto, privando quei "movimenti" di una prospettiva visibile e realistica.
L'orizzonte utopico della sinistra è completamente ridisegnato.
Molte questioni sociali dall'organizzazione della società ai suoi aspetti classisti e culturali, dall'ambiente al diritto generale di cittadinanza, sono appannaggio trasversale nella politica e, spesso, hanno dimensione localistica.
La buona vita delle istituzioni e la legalità democratica sono patrimonio di tutti.
Il brigatismo, quindi, non esiste più. Non può esistere!
Sotto il profilo lessicale è evidente che nello scrivere ho utilizzato i criteri e la logica dell'analogia, della metafora, dell'allegoria caratterizzando, attraverso figure retoriche, un certo modo di essere e di pensare.
Avrei potuto farlo senza usare il termine brigatista che, tra l'altro, è stato alleggerito con il virgolettato, con un significativo " nostrano" ed un singolare " a modo suo".
L'ho fatto come si fa usando i termini: giacobino, avanguardista, fascista, bolscevico, garibaldino, comunista.
Si, comunista!
Anche se qualcuno che lo è stato, e come, oggi se glielo dici o lo scrivi si offende.
Caterina, credo abbia fatto, in buona fede e per emozione, un errore semantico, non valorizzando l'intenzione della similitudine, del paragone, dell'accostamento relativamente ad alcuni atteggiamenti, comportamenti, motivazioni.
Perciò penso di non avere da chiedere scusa!
E sono certo che la Sottile e i tanti che mi leggono lo comprenderanno.
Tutto questo basterà, credo, a tranquillizzare Bocci, piombato da Roma a coordinare ma ancora in adattamento.
Queste stesse cose dirò in Consiglio regionale, se mi sarà data l'occasione.
Li, sette consiglieri dell'opposizione, costituiti in ben cinque gruppi consiliari - tanti, eh! - hanno presentato un ordine del giorno - questo sì esagerato - che appare strumentale, da difesa d'ufficio, e sproporzionato per rumore rispetto al sussurro.
Mi viene quasi da pensare che ci sia, come al solito, un intento diversivo, che mira a spostare l'attenzione o, addirittura, a concentrarla.
Quanti pensieri mi vengono - dico alla Sottile - sul "silenzio delle parole, il vuoto delle ragioni e della dignità".
Ma li tengo per me, come fanno in tanti, così non ci saranno offesi e non ci dovremo far perdonare.
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