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07-01-2009, 7:22 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Cara Befana: i giovani molisani ti scrivono

Cara Befana,
sono un disoccupato molisano, ho 40 anni e sono laureato da 15 anni. Non sono proprio disoccupato del tutto; mi barcameno fra piccoli lavori precari, collaborazioni che non mi vengono quasi mai pagate. Ho avuto un lavoro vero in un ruolo dirigenziale per quasi quattro anni. Poi, l'azienda è fallita e io, che avevo proposto una sorta di cooperazione fra i dirigenti proprio per salvarla, alla fine, ci ho rimesso 30.000 euro. Non erano miei, non ho mai avuto modo di mettere da parte tanti soldi. Me li aveva dati mio padre, convinto della bontà della mia idea. 

Ti scrivo perché sono uno di quelli a cui Babbo Natale non ha mai fatto visita. Appartengo all'esercito silenzioso dei giovani "non scelti": ho acquisito una notevolissima dimestichezza con le domande respinte, i requisiti insufficienti, i concorsi a posto zero e i "vedremo, vedrai, dammi il tempo di vedere" ecc
Parlo bene l'inglese e abbastanza bene il francese ma mi capita sempre di beccare aziende che hanno bisogno di tedesco fluido o cinese scorrevole. L'Università a Milano, due anni di lavoro in uno studio di Roma e un anno a Firenze. Ho gestito un piccolo locale in un paesino della Toscana: la mattina in studio, fra calcoli e strategie d'impresa e, dopo un corso di sommelier, la sera ero genio dei vini doc. Agriturismi, ristoranti noti, mi divertivo e guadagnavo; qualche volta in una settimana riuscivo a incassare lo stipendio di un mese da consulente bancario. 

Sono tornato in Molise quando i miei genitori si sono ammalati. Ho assunto tre  badanti straniere ma  telefonavano in Romania a 700 euro a botta. Al terzo tentativo ho capito che è una scelta delicata e bisogna essere sul posto per non sbagliare. Ma questo è il lato tenero della storia. Il problema era l'assistenza medica:  ospedali irraggiungibili, anche se a due metri da casa, il medico di famiglia che non può fare altro che mandarti in ospedale, i reparti che non possono garantire controllo costante del paziente e "si chiede la presenza del familiare". 
Alcuni reparti sembravano fiabeschi: pochi mezzi ma grande umanità. Altri non cambiavano le lenzuola per settimane e sembrava di stare in un lager: scortesia, nessuno che riteneva di rispondere al telefono, medici arroganti, distratti da questioni e conversazioni che nulla hanno a che vedere con la scienza di Ippocrate. Una volta mi capitò persino di litigare a distanza con una dottoressa che mi disse che non faceva la telefonista e se volevo sapere di mia madre dovevo andarci di persona. In seguito seppi che era molto impegnata in una associazione di volontariato e che si era molto battuta per i diritti di non so cosa. In quel caso c'era la badante ma non aveva certo esperienza infermieristica e chiamava me, a 1000 km di distanza. Ho cominciato a tornare una volta a settimana, poi ho capito che dovevo occuparmene io e basta. Capita di doverlo fare, o meglio, accade di volerlo fare. I miei genitori se lo meritano. 

E' in Molise che sono cominciate le stranezze professionali. Mia madre era tanto dispiaciuta che non potessi fare il lavoro per cui ho studiato ma, pensavo, con la mia esperienza di vini e prodotti tipici, in Molise troverò il mio Eldorado! Qui tutti cercano "l'aiutino" e le imprese hanno il fiato corto, spesso proprio perchè non scelgono davvero autonomamente il personale, le professionalità. 

Comunque, fra promozioni, sagre, finanziamenti, valorizzazione del territorio: io, modestamente, ero disponibilissimo a mettere il mio talento e la mia esperienza a disposizione della mia terra. Gira e gira, ho capito quasi subito che avrei trovato molto poco da fare. O meglio, potevo anche trovare un lavoro ma non qualcuno disposto a pagarmi. Così ho intuito il problema e ho diversificato gli investimenti di energia: d'estate lavoro in un ristorante, d'inverno faccio piccoli lavori di manutenzione. Nessuno vuole farli: cose che non richiedono l'impresa edile e che, possibilmente, costino il giusto. Il lavoro estivo però è la cosa più  concreta che sono riuscito a fare. Il mio capo è una persona seria, uno che ha davvero lavorato sempre e sa fare tutto. Non può versarmi i contributi per intero perché davvero non riuscirebbe. Conosco il linguaggio misterioso dei numeri e so quando un'azienda è in pericolo. Se mi pagasse tutto il dovuto non potrebbe riassumermi l'anno prossimo e il mio senso pratico mi ha suggerito di mediare. Questa sorta di rapporto di comprensione reciproca mi permette di lavorare con lui da tre anni, tutte le estati. Giuridicamente si tratterebbe di lavoro nero, filosoficamente si definisce realismo, in pratica è povertà diffusa. 

Le mie conoscenze di scienza della finanza non mi servono a lavorare ma a metterla sul ridere.  Molto di più mi sono servite la capacità di adattamento ed una certa pigrizia, tutta meridionale, con cui riesco a considerare lavoro un impegno momentaneo ed occasionale. 

Alle donne accadono cose peggiori. Se sono istruite fanno le segretarie in nero. Se non lo sono, fanno le segretarie in nero. Qualche volta le operaie o le commesse, ma sempre a 500 euro, tre mesi, qualche volta sei e poi a casa. I lavoratori più protetti, in Molise, sono gli impiegati pubblici. In quel settore sono compresi anche i politici e i parenti dei politici. Ma è un settore in esplosione. Non "espansione" ma proprio "esplosione": prima o poi, fallisce un'azienda e fallisce un'altra, non ce ne sarà più neppure per loro. Qualcuno dovrà pure pagarle le tasse che servono a sostenere tutti questi impiegati di concetto. "Concetto" che sfugge alla mia comprensione non avendo approfondito bene il tema. All'Università l'economia mi è stata spiegata come una sorta di mongolfiera: se alimenti il getto di calore si alza, altrimenti, bluf, precipita. 

Osservando te, cara Befana, mi sono chiesto come fai a volare su una scopa se non hai neppure la forza di propulsione di una fonte di calore. E mi sono detto che tu, l'economia molisana, l'hai capita benissimo.  La legge fisica che la governa è la spinta di una scopa, autogena. Il principio è la sospensione in aria: l'importante è volteggiare al di sopra delle teste in modo che chi osserva ha l'impressione che ti muova. Come e fino a quando, è un dato non rilevato.
Cater Sottile
 

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